Dottore, cosa mi rifarebbe?
Nell’epoca delle immagini pare dominare un solo imperativo: eliminare i difetti (potenziali) del proprio corpo. La chirurgia plastica è diventata la nuova fede. Una giornalista ha provato a chiedere consigli a cinque medici famosi. Ecco il loro responso
Il disagio di indossare forme che non ho scelto. La presunzione che l’intelligenza valga più dell’immagine. La consapevolezza arrendevole che per certi versi così non è. Il pudore e il dolore del dover ripiegare l’attenzione sul corpo. Un fatto è certo: per comprendere le ragioni del bisturi-business dovevo mettermi in gioco. E per essere credibile e onesta fino in fondo, durante le visite ai “principi” della chirurgia italiana, l’unico modo era farmi visitare, osservare, toccare, misurare, e giudicare, come fanno le pazienti vere: «Lei, cosa mi rifarebbe?».
Ebbene, le diagnosi sono state peggiori di quanto immaginassi. Seppur partendo da una visita di un medico generico che ha accertato un buono stato di salute e un peso nella norma, i chirurghi plastici ai quali mi sono rivolta hanno prefigurato una moltitudine di correzioni.
Già. Le correzioni. Che umiliazione vedersi criticare il corpo pezzo per pezzo. Io che avevo immaginato, con un documentario, di vendicare un po’ tutte le “non Barbie” del pianeta, ho scoperto che avrei potuto iniziare a desiderare di essere come loro. I continui confronti ci schiacciano e l’insicurezza alimenta il commercio della bellezza artificiale (solo in Italia lo scorso anno 11.300 aumenti del seno, 10.300 liposuzioni, 8.121 blefaroplastiche, dati Aicpe, Associazione italiana di chirurghi plastici estetici) che non risente di crisi e congiunture economiche avverse. Questo, insieme alla storia della giovanissima Carla che ha subito 9 operazioni prima dei 18 anni, volevamo raccontare con il documentario Body Shopping.
Plastica di lusso. La pellicola racconta un viaggio lungo sei mesi all’interno dei nuovi consumi delle vanità e del lussuoso mondo della chirurgia plastica ed estetica. La regista, Daniela Robecchi, mi ha sottoposta all’occhio clinico – e commerciale – di cinque tra i chirurghi plastici più in vista d’Italia.
Star televisiva. Le visite per fortuna non sono avvenute in stretta successione e ho avuto il tempo di respirare. La ricerca è partita da Marco Klinger, chirurgo plastico, responsabile della II Unità Operativa di Chirurgia Plastica dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano, e star indiscussa di un programma televisivo dello scorso anno, Plastik.
Un bell’uomo coi baffi bianchi che abbiamo seguito e osservato insegnare, operare pazienti e visitare. Sì, proprio lui, il Marco Klinger amico di Paola Barale, auto e moto sportive, frequentazioni nel mondo del calcio come dello star system, alla domanda quanto guadagni obietta: «Quante domande fa lei?». Ma quando gli chiedi se il tuo seno è a posto, ti visita per un minuto scarso, alla velocità della luce, e ti dice che sì, la tua coppa è piccola rispetto alla tua struttura corporea, ti ci vedrebbe proprio una terza bella morbida.
D’altronde, come biasimarlo. La forma ha una sostanza, e la sostanza economica degli investimenti è gigantesca. «L’industria del wellness, cioè dei prodotti e servizi che fanno star bene e sentire in forma, spende 500 milioni di euro ogni anno in pubblicità». Lo spiega Alberto Dal Sasso, direttore e sales marketing di Nielsen, società specializzata, tra le altre, nel misurare l’efficacia della pubblicità. Non solo. «La medicina del benessere, dagli anni Ottanta a oggi, ha moltiplicato per sette i suoi investimenti».
Questo significa che siamo condizionabili per forza di cose. Lo confermano due accademiche che studiano il fenomeno da anni. Sia Rossella Ghigi, ricercatrice presso l’Università di Bologna, sia Anna Uslenghi, docente marketing dell’Università Bocconi, pensano che una donna, ma anche un uomo, oggi, non possano scappare dalla pubblicità.
Inseguendo una ragazzina di 18 anni, Carla Di Marzio, pugliese, bella, prosperosissima, ci rendiamo conto che spesso è semplicemente chi può di più, a farsi condizionare di più. Carla confessa di spendere circa mille euro al giorno per lo shopping. Le piacciono gli abiti firmati Who’s Who e sogna una carriera nel cinema. Varcando la soglia del suo spoglio appartamento incappiamo in un disadorno tavolo Ikea, in una stanza da letto con orsacchiotto e nelle labbra rigonfie di Katia Pasquino. La giovane che ha dato il via al Rubygate denunciando la presunta figlia di Mubarak per furto. Coincidenze?
Soldi che girano non solo a casa di Carla e Katia, ma anche dal loro amico e chirurgo plastico Giacomo Urtis.Medico estetico poco più che trentenne, amato da Nina Moric e dalle ragazze dell’Olgettina, ha risposto senza indugi alla crescente richiesta di “prosperità” nel mercato televisivo.
Amico di Corona. Simpatico, ilare, leggero, assiduo frequentatore di palestra Virgin insieme a Fabrizio Corona, Urtis ha guidato uno staff di medici che ha cambiato per sempre l’aspetto, presso la Casa di Cura Gruppo Iseni a Lonate Pozzolo (Varese), della piccola Carla, modificandole naso, mento, labbra, seno, gambe, fondoschiena e qualche altro dettaglio minore. Lo abbiamo ripreso mentre ci spiegava che l’operazione sarebbe durata un paio d’ore. Un medico assistente, al suo fianco, lo ha subito redarguito, spiegando che sarebbero state almeno 8 ore di intervento.
Ebbene, anche la sottoscritta si è sottoposta all’occhio clinico di Urtis. Durante la visita era chiaro, non poteva mancare il consiglio di un sostanzioso aumento di seno: «Cara, tu devi proprio farti una quarta». Oltre alla mastoplastica additiva, il dottor Urtis mi consiglia una blefaroplastica, ovvero una sistematina alla parte superiore degli occhi; infine misura l’età della mia pelle con un diabolico marchingegno che prima di me ha impresso il volto di Fabrizio Corona. L’età della pelle calcolata dalla macchina è di 43 anni. La mia età anagrafica è di 39. Chiedo stupita: «Ma come è possibile?». Urtis risponde ridendo: «Non ti preoccupare, è farlocca».
Dopo la tappa nell’assurdo mondo tv&scoop da rotocalco, ci dirigiamo con la troupe da un signore il cui volto ispira fiducia.
Si chiama Pierpaolo Rovatti, opera a Verona ed è un uomo elegante, sui cinquant’anni. Effettua la prima seria visita davanti a delle telecamere. Misura peso corporeo, prova l’elasticità di pelle e muscoli, calcola la massa grassa. Senza troppi giri di parole mi dice che non ho bisogno di nulla. Ma che se proprio voglio fare qualcosa, «visto che una liposuzione non si nega a nessuno», dice sorridendo, il mio posteriore è un luogo dal quale i lipidi potrebbero facilmente “esondare” tramite una gentile liposuzione. Non ha tutti i torti…. Gli mostro le mie braccia flaccide. Parte con la giusta predica: o fare palestra, oppure una liposuzione, ma non vale la pena, perché rimarrebbe una grossa cicatrice. Se posso essere sincera, il dottor Rovatti è stato il professionista che finora mi ha dato maggior fiducia. Altro impatto è stato, invece, quello con Carlo Tremolada, chirurgo plastico e inventore del brevettatissimo sistema Lipostem®, che utilizza “cellule staminali adulte derivate dal tessuto adiposo a fini estetici e rigenerativi”. Tremolada ha avuto l’originale idea di insediare il proprio studio, la Image Medical Spa, nello stesso ufficio dove operava un medico vip inquisito nel 2008 per esercizio abusivo della professione medica, commercio e detenzione di medicinali guasti e imperfetti. Milano, in Viale Biancamaria 24.
L’appartamento, situato al secondo piano di uno palazzo storico, è enorme, forse 400 metri quadrati, e lussuosissimo. Le stanze sono gigantesche e, altra cosa strana, ovunque presenziano strani simboli: palle di vetro su piedistalli dorati e strani talismani verticali. Tremolada mi propone di sottrarre alla mia pancia il grasso necessario per ripianarmi le rughe del volto. Inoltre ritiene che il mio naso potrebbe subire una “limatina”.
Cellule primitive. Mentre anche a lui chiedo quanto guadagni senza avere risposta, mi rendo conto che per portare a termine tutte le operazioni che questi dottori mi hanno paventato dovrei chiedere un mutuo. Per il dottor Klinger non basterebbero 6.000 euro. Per Giacomo Urtis, credo, almeno 10.000. Chissà le tecnologie del dottor Tremolada. Certo le staminali sembrano proprio il futuro: sono cellule primitive non specializzate che possono trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo. A San Marino visito una clinica specializzata nel conservare e poi far riprodurre i tessuti.
Si chiama Bioscience e ha elaborato Fibroskill@, un prodotto derivato da un piccolo futuristico intervento. Ovvero il prelievo della cute da dietro l’orecchio, al quale mi sono sottoposta non senza dolore grazie al dottor Enis Agolli. Una volta portata in laboratorio, la cute si moltiplicherà all’infinito in nuovissime cellule che poi, se mi venissero mai re-iniettate, mi farebbero tornare una diciottenne. E, tuttavia, al termine di questo viaggio nel mondo della bellezza a pagamento, non è la cognizione del dolore chi mi ha dato il vero disagio.
Quel che mi ha spaventato è il drammatico cambiamento della relazione medico-paziente. Agli occhi dei professionisti che ci esaminano non siamo più pazienti ma veniamo trattati come clienti di un hotel di lusso. La riconferma che il meccanismo è esattamente quello tra “venditore” e “cliente” è arrivata da Vincenzo Pezzuti, presidente di un’associazione dal nome Club Medici, specializzata nel promuovere mutui al fine di operazioni di chirurgia plastica. Nella sua ingenua presentazione mi ha spiegato come, per i prestiti personali, il medico sia il “dealer” diretto (ovvero venditore) di mutui per la rateizzazione degli interventi, e come i pazienti siano i “clienti”, in primis del medico, e poi delle banche che facilitano i mutui ai chirurghi. Pezzuti ha descritto in modo lineare una triste verità: siamo clienti di medici che vendono operazioni. Compriamo a rate pezzi di ricambio per i nostri corpi grazie a offerte commerciali a cui è sempre più difficile sottrarsi. L’importante è partecipare alla giostra dei consumi. E spendere.
Cristina Sivieri Tagliabue
da CORRIERE.IT









